Perché crediamo a ciò che più vediamo ogni giorno

Non è debolezza, ma è come funziona il nostro cervello. E possiamo disimpararlo.

C’è l’impressione diffusa che il mondo sia davvero un posto brutto e pericoloso; basta sfogliare un giornale o guardare i feed dei social per cascarci in pieno. Non credo proprio che la percezione della pericolosità del mondo possa essere peggiore di quella che avevano le persone durante le guerre del secolo scorso o in periodi ugualmente scuri della storia del mondo. La differenza è, che ora riceviamo molti più stimoli potenzialmente allarmanti da tutto il mondo in pochi secondi.  Passiamo in media più di 5 ore al giorno davanti a uno schermo. Non è solo tempo perso…

È il tempo in cui assorbiamo maggiormente quello che passa sui nostri schermi. E tutto quello che assorbiamo viene coltivato nella nostra mente.

Negli anni ’70, lo studioso George Gerbner propose la Teoria della Coltivazione.

La sua idea era semplice: non è un singolo programma televisivo a cambiare la nostra visione del mondo. È però l’esposizione ripetuta, giorno dopo giorno. Se guardiamo molta televisione violenta, iniziamo a percepire il mondo reale come più pericoloso, anche se nella nostra città e a noi personalmente non è mai successo nulla di così grave. Gerbner la chiamava “Sindrome del mondo cattivo”.

Non perché siamo ingenui, ma perché il cervello funziona così.

Dalla TV la “Coltivazione” si è spostata all’algoritmo.

Oggi il nostro coltivatore principale non è più la televisione. È l’algoritmo. L’algoritmo non ha opinioni, però ha un obiettivo: quello di tenerti lì per il maggior numero di minuti. E per tenerti lì, ti mostra di più di ciò che già guardi. Se il tuo feed ti dovesse mostrare ogni giorno che “va tutto bene, oppure è sempre stato così”, come si dice a proposito del cambiamento climatico, inizieresti lentamente a coltivare un senso di normalità, anche quando i dati statistici dicono altro. Se il feed ci mostra solo catastrofi senza alcuna via d’uscita, coltiviamo invece un senso di impotenza e rassegnazione.

In entrambi i casi, l’effetto è lo stesso: ci disconnettiamo dal presente e dalla capacità di agire.

Ma perché ci caschiamo?

Non è una questione di intelligenza. Sono tre meccanismi molto umani:

  • 1. Il bias di disponibilità: crediamo più facilmente a ciò che vediamo più spesso. Se vediamo 20 volte un dubbio, quel dubbio ci sembra più vero di un dato che abbiamo visto una volta sola.
  • 2. Il bisogno di appartenenza: se tutte le persone del mio gruppo online la pensano così, metterlo in dubbio significa rischiare di restare sola. E il cervello preferisce avere ragione insieme che avere ragione da solo.
  • 3. Il risparmio energetico: mettere in dubbio tutto costa fatica. Accettare la narrazione dominante è più comodo.

Riconoscere questi meccanismi è molto importante. Sono tornata da poco da un ritiro di Mindfulness in Scozia, dove non ho guardato per niente la televisione e non sono stata sulle piattaforme social. Quando sono tornata ho avuto l’impressione che le notizie, anche se erano passate 2 settimane, erano più o meno le stesse e non mi ero proprio persa niente di così importante. L’antidoto però non è smettere di guardare la televisione o di passare del tempo sui social. È guardare in modo diverso.

Attraverso la mindfulness che crea consapevolezza, unita alla conoscenza dei meccanismi che si instaurano nel cervello possiamo cambiare la relazione con ciò che guardiamo.

Non possiamo combattere il contenuto, ma notare come quel contenuto sta crescendo nella nstra mente.

Ecco tre pratiche semplici, che puoi provare:

  1. Etichettare: “pensiero coltivato”: Quando ci accorgiamo che un contenuto ci suscita ansia, rabbia o confusione, fermiamoci un attimo! Invece di crederci subito, possiamo etichettarlo mentalmente: “Sto notando un pensiero coltivato.” Non sono sicura che sia vero o falso. È coltivato. Creare una piccola distanza toglie potere automatico al pensiero e ci restituisce la libertà di scegliere.
  2. Tornare ai sensi: L’algoritmo vive sempre nel passato o nel futuro. Il corpo invece vive sempre nel presente. Quando ci sentiamo risucchiati dalle notizie che ci creano ansia, cerchiamo di coltivare un senso di radicamento attraverso il respiro e le sensazioni del corpo, per tornare in un luogo di presenza dove andiamo bene come siamo.
  3. Scegliere cosa coltivare: Non possiamo controllare tutto ciò che vediamo. Ma possiamo scegliere cosa innaffiare intenzionalmente. Possiamo chiederci: “Oggi, quali fonti voglio coltivare?” Probabilmente una fonte che informa con dati chiari e che coltiva calma, competenza, gentilezza. Questa è igiene mentale, altrettanto fondamentale quanto l’igiene personale (lavarsi la faccia o i denti, cose che facciamo tutti i giorni). In questo modo ci prendiamo cura di noi stessi e della nostra mente. Non possiamo spegnere il mondo là fuori. Ma possiamo, ogni giorno, scegliere quale seme innaffiare dentro di noi.

Fai la pratica “Stabilire l’intenzione” sul mio podcast Mindfulness in pillole

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