L’essere umano è buono o cattivo? Difficile rispondere, ma io credo che vedere la bontà nelle persone è una caratteristica che necessita di essere coltivata. Infatti una delle pratiche che mi piace molto e faccio spesso con i gruppi è quella di coltivare la capacità di vedere la bontà intrinseca nelle persone; una pratica non facile. I motivi per cui non è facile sono molteplici, alla base c’è la paura.
Se non vediamo la nostra bontà per primi, se non ci sentiamo amati per come siamo, tendiamo a proiettare le nostre ferite e facciamo fatica a concedere agli altri ciò che non ci appartiene.
Un altro motivo è che, vedere la bontà negli altri ci rende vulnerabili: riconoscere il valore dell’altro può significare abbassare le difese. È molto più semplice pensare che le persone siano fondamentalmente cattive e quindi dobbiamo stare continuamente in guardia. È più facile dire: “Si comporta così perché è malvagio”, senza dover andare più in profondità e vedere che spesso dietro l’apparenza delle persone, anche le più abbiette, c’è fondamentalmente l’idea di voler star bene, c’è insicurezza e dolore.
Giudicare è molto più semplice. Noi siamo buoni e gli altri cattivi. Quando siamo delusi o arrabbiarti ci viene più difficile allargare lo sguardo; riconoscere la bontà intrinseca è più facile quando non siamo nella modalità di sopravvivenza.
Per cercare quindi di dare una risposta con una valenza scientifica alla domanda: L’essere umano è buono o cattivo? ho iniziato a leggere l’interessantissimo libro HumanKind di Rutger Bregman. Il cuore del libro è molto chiaro: secondo Bregman: l’essere umano è fondamentalmente buono.
Bregman parte dal presupposto che la guerra è un’attività molto recente nella storia della presenza dell’uomo sulla terra. Gli storici la datano a 10.000 anni fa quando l’uomo da cacciatore raccoglitore è diventato stanziale e di conseguenza è iniziato il concetto di guerra organizzata. Ciò avviene quando compaiono territori da difendere, risorse accumulabili e identità di gruppo. La guerra non nasce dall’odio ma dalla paura di perdere. Necessita quindi della capacità di disumanizzare l’altro
Bregman nel libro ribalta un sacco di preconcetti pregiudizi e idee a cui siamo abituati, tipo:
- Senza regole diventiamo bestie
- In emergenza ognuno pensa solo a sé
- La civiltà è una sottile vernice
Bregman porta ad esempio studi storici, psicologici e antropologici per dire: “No, spesso succede il contrario“.
Bregman dice che ad esempio durante le catastrofi le persone cooperano più di quanto si racconti.
Cita esperimenti famosi (Stanford Prison o Milgram) e asserisce che molti di questi esperimenti erano viziati, mal interpretati o estremizzati.
Cita studi recenti sulla gentilezza e la compassione nei bambini anche molto piccoli nei quali è stato provato che i bambini mostrano empatia e senso di giustizia molto presto, prima di qualsiasi “educazione morale” formale.
Anche nei momenti più bui della Storia, la solidarietà è stata più diffusa di quanto venga narrato.
Bregman con questo non dice che siamo angeli. Ma che il male non è la nostra impostazione di default, piuttosto qualcosa che emerge quando le persone vengono disumanizzate, isolate o spinte dalla paura.
In pratica: il messaggio politico e sociale del libro è che:
Le società funzionano meglio quando partono dall’idea che le persone siano affidabili, non colpevoli in partenza.
In fondo, l’idea che l’essere umano sia “fondamentalmente buono” o “cattivo” spesso dice più di chi lo dice che dell’essere umano in sé.
Il punto forte di HumanKind: è che non è buonista, anche se è ottimista.
Il buonismo dice “le persone sono buone nonostante tutto”.
Bregman dice invece: le persone sono buone a certe condizioni e se quelle condizioni saltano, è la parte cattiva a prevalere.
Lui non nega il male, ma lo spiega senza mitizzarlo:
- il male non è “profondo”, è spesso banale, pigro, conformista
- nasce quando smettiamo di vedere l’altro come umano
- prospera in sistemi che premiano obbedienza, paura e cinismo
Quindi se il bene è possibile, allora ognuno di noi è responsabile di creare contesti che lo tirino fuori.
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Foto di Bonnie Kittle su Unsplash



